L’universalità delle otto montagne

Le otto montagnePassando ogni estate in un paesino sul Monte Rosa, i genitori trasmettono a Pietro la passione per la montagna. Al padre piace la solitudine, la madre invece coltiva le relazioni e spinge Pietro a stringere amicizia con Bruno, coetaneo che al contrario suo in montagna ci vive. Col passare degli anni Pietro studia, viaggia, prende le distanze dai genitori, ma l’amico e la montagna dell’infanzia rimangono una costante a cui tornare.

I temi del romanzo sono universali: il rapporto tra amici, il rapporto padre-figlio e il rapporto con la montagna.
Pietro e Bruno hanno circostanze e occasioni diverse, per cui c’è chi va e chi resta. In un’amicizia fatta di non detti, il confronto lo svelano solo pochi dialoghi, al più le riflessioni di Pietro.
Il padre è una figura di riferimento, qualcuno prima da imitare, poi da rifiutare per cercare la propria strada, e infine con cui scendere a patti.
La montagna è l’ideale, il futuro, ed esercita un fascino senza pari tanto su Pietro quanto sul lettore. Anche non avendo una passione simile, non è difficile identificarsi con l’esigenza di Pietro e dei genitori di staccarsi dalla città e di ritrovare un momento per sé, che sia passeggiando nei boschi o salendo sulle cime innevate.

Forse è vero, come sosteneva mia madre, che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. La sua era senz’altro il bosco dei 1500 metri, quello di abeti e larici, alla cui ombra crescono il mirtillo, il ginepro e il rododendro, e si nascondono i caprioli. Io ero più attratto dalla montagna che viene dopo: prateria alpina, torrenti, torbiere, erbe d’alta quota, bestie al pascolo. Ancora più in alto la vegetazione scompare, la neve copre ogni cosa fino all’inizio dell’estate e il colore prevalente è il grigio della roccia, venato dal quarzo e intarsiato dal giallo dei licheni. Lì cominciava il mondo di mio padre. Dopo tre ore di cammino i prati e i boschi lasciavano il posto alle pietraie, ai laghetti nascosti nelle conche glaciali, ai canaloni solcati dalle slavine, alle sorgenti di acqua gelida. La montagna si trasformava in un luogo più aspro, inospitale e puro: lassù lui diventava felice. Ringiovaniva, forse, tornando ad altre montagne e altri tempi. Anche il suo passo sembrava perdere peso e ritrovare un’agilità perduta.

Al di là della trama, mi ha davvero colpito lo stile. Cognetti scrive in modo perfettamente equilibrato, trova sempre la parola precisa, senza inutili giri di parole o arrendendosi a parole vaghe. Pietro nota i larici, non dei semplici alberi; alla madre piacciono i rododendri, non i fiori in generale. Una critica all’uso di parole generiche è presente anche nel libro stesso:

[…] Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo boscopascolotorrenteroccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.

Dalla proprietà di linguaggio traspare la conoscenza di prima mano (e la cura per la lingua in sé, che da questa intervista si capisce che non si ferma all’italiano). Le conseguenze sono due: da un lato descrizioni vivide in cui è una goduria immergersi, dall’altro una voglia incredibile di salire in alta quota.

De Le otto montagne mi ha sorpreso che si legge come un classico. Riflettendo sulla trama e sullo stile, non è davvero una sorpresa. Commuove, ispira, ti risuona dentro: è sicuramente un libro su cui tornare.

Paolo Cognetti, Le otto montagne. Einaudi (2016), 208 p.

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