Vuoi ancora sapere cosa ho letto nel 2025?

Ti risparmio una classifica a scoppio ritardato, anche se non sarebbe la prima volta. Ti faccio piuttosto una panoramica di alcune delle letture del 2025 su cui ho qualcosa da dire, nel bene e nel male. Il caso ha voluto che abbia proceduto a coppie, guidato da accostamenti più o meno scontati.

Come non campare a Milano

Parliamo di intellettuali squattrinati a Milano in romanzi più o meno autobiografici: Luciano traduttore ne La vita agra, Bettina in Poveri e semplici, entrambi usciti negli anni Sessanta. Il primo critica il lavoro d’ufficio mentre fatica a sbarcare il lunario, la seconda racconta mestamente la vita di un gruppo di giovani comunisti. Entrambi si sobbarcano le spese del nucleo familiare, che sia la famiglia tradizionale o la famiglia scelta.

La vita agra è la lettura ideale per chi lavora in azienda, specialmente da remoto, e ogni tanto si chiede cosa sta facendo della sua vita:

Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire, se il marito della Billa non si oppone, addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura.

Poveri e semplici, che nonostante abbia vinto il Premio Strega è tra le opere fuori stampa di Anna Maria Ortese (escludendo il primo volume dei romanzi), ha una voce narrante che ricorda un po’ Natalia Ginzburg e un interesse amoroso per un giornalista oserei dire antesignano della dinamica tra Elena Greco e Nino Sarratore ne L’amica geniale.

E le feci presente il mio ideale: lavorare per l’umanità, mediante il mio lavoro di scrittrice. Collaborare alla pace e al miglioramento degli uomini. Questo, secondo me, era il compito degli scrittori…
Essa ebbe un sorriso, ma così breve, non sono neppure sicura che fosse un sorriso, e, continuando il suo lavoro di uncinetto:
« Ma… essere felice?… », mi chiese come esitando. « Non possibile… ugualmente? »
Non sapevo cosa rispondere — non credevo per me questa possibilità, mai l’avevo creduta — e corrugai un po’ la fronte.

Il potere è di chi traduce

La vita agra sarà forse il romanzo italiano per eccellenza a tema traduzione, ma non l’unico al riguardo che ho letto nel 2025.

Il primo è The Extinction of Irena Rey di Jennifer Croft, nota perlopiù al mondo anglosassone come traduttrice dal polacco di Olga Tokarczuk. Quanto del lavoro di traduzione finisce in quello di scrittura? Molto, nel caso di Croft, che racconta di un gruppo di traduttori a raccolta al servizio di un’autrice polacca. Forse avrei dovuto intuire che, così come Guida il tuo carro sulle ossa dei morti non mi era piaciuto, avrei avuto da ridire anche su questo: pretenzioso, complicato, sfuggente? Insomma, non ho capito dove volesse andare a parare.
Per quanto non si risolva in granché, almeno mi ha intrattenuto con il battibecco tra narratrice e traduttrice. Il libro che leggiamo si presenta infatti come la traduzione in inglese di un romanzo scritto in polacco dalla traduttrice argentina (Emi) di Irena Rey, resoconto degli eventi a cui la traduttrice americana (Alexis) ha preso parte. È molto spassoso passare dalle frecciatine di Emi alle repliche o smentite nelle note a piè di pagina di Alexis.
Chi traduce ha sempre l’ultima parola, in fondo, e fossi stato in Croft avrei calcato ancora di più la dose su questo gioco metaletterario anziché sulla figura elusiva di Irena.

Più inaspettato, l’altro libro sulla traduzione è Il mondo della foresta di Ursula K. Le Guin. È di una bellezza commovente: come apre mondi Le Guin, nessuno.
Nel pianeta di Athshe, dove il confine tra realtà e sogno è molto sottile, chi traduce è un dio perché ha il potere di cambiare la realtà introducendo concetti nuovi da altre culture.

To “speak” that tongue is to act. To do a new thing. To change or to be changed, radically, from the root. For the root is the dream.
And the translator is the god. Selver had brought a new word into the language of his people. He had done a new deed. The word, the deed, murder. Only a god could lead so great a newcomer as Death across the bridge between the worlds.

Devo dirlo per deformazione professionale: l’originale è The Word for World is Forest e io l’avrei tradotto come Mondo si dice foresta. Il titolo italiano mi sembra un po’ riduttivo, o perlomeno, per amor di semplicità, accantona il rimando alla traduzione.

Sopravvivere non basta, né a Parigi né tra conigli

Lo scannatoio è forse tra le opere più famose di Zola. Nella Parigi di metà Ottocento una lavandaia, Gervaise, fa di tutto per uscire dalla miseria, con un grande ostacolo che le tarpa le ali: l’alcolismo del marito. Zola descrive con dovizia di particolari la città e l’evoluzione della bottega di Gervaise, al punto che a distanza di mesi ho alcune scene e sensazioni impresse indelebili nella memoria: il calore asfissiante della lavanderia, l’impacciata visita al Louvre dopo le nozze, il banchetto che segna la fine del periodo di prosperità di Gervaise, la camminata con i morsi della fame nella Parigi innevata…
La scrittura di Zola ha una qualità a dir poco cinematografica. A un certo punto Gervaise rivede la sé stessa giovane, escamotage usato anche nell’adattamento de L’amica geniale quando Elena torna al rione e si rivede bambina.

Un giorno, sporgendosi, provò una sensazione strana: le sembrò di vedere se stessa, proprio lei, sotto l’androne, vicino alla portineria, con il naso per aria, che esaminava il grande caseggiato per la prima volta; e, a quel balzo all’indietro di tredici anni, ebbe una stretta al cuore. Il cortile era sempre lo stesso, con le facciate nude appena un po’ più nere e fatiscenti; lo stesso fetore risaliva dai cassoni scoperchiati di ghisa degli acquai rosi dalla ruggine; ai fili, davanti alle finestre, erano appesi ad asciugare la biancheria e i pannolini sporchi; in basso, la strada sconnessa era zozza come al solito, coperta dai bruscoli di carbone del fabbro e dai trucioli del falegname; anche nell’angolo umido della fontana, lo scolo della tintoria tingeva la pozzanghera di un bell’azzurro, un azzurro delicato come quello di un tempo. Ma lei, adesso, sì che era cambiata. Era invecchiata. Prima di tutto, non era più da basso, con la faccia rivolta verso il cielo, contenta e coraggiosa, a desiderare una bella casa. Se ne stava nel sottotetto, nell’angolo dei pidocchiosi, nel buco più lercio, dove non si vedeva un raggio di sole neanche a pagarlo oro. Per questo piangeva, perché la sorte di certo non era stata benevola con lei.

Non potendo leggere in francese, devo fare tanto di cappello a Luca Salvatore. La traduzione dell’edizione Feltrinelli è viva e le note rendono giustizia al lavoro di ricerca che Zola stesso ha svolto per ricostruire la Parigi di vent’anni prima.

Tutt’altro tipo di sopravvivenza è quello de La collina dei conigli di Richard Adams. I conigli non avrebbero nessuna ragione di scappare se non fosse per Fiver, veggente che prevede un pericolo in arrivo. Hazel gli crede e si ritrova suo malgrado a guidare il gruppo alla ricerca di una nuova tana, la Watership Down del titolo originale.
Se per I miei stupidi intenti mi lamentavo degli animali antropomorfi senza un criterio preciso, con l’epopea di Adams ho avuto quello che cercavo, perlomeno in larga parte: i suoi conigli sono conigli; si muovono in cunicoli bui; brucano l’erba all’alba e al crepuscolo; in più, con un tocco quasi fantasy, hanno un linguaggio proprio (per esempio, siflay è il verbo per brucare) e si intrattengono raccontando leggende di conigli coraggiosi.
Adams è comunque figlio del suo tempo e il suo passato nell’esercito traspare nel romanzo nel momento in cui i nostri impavidi protagonisti si imbattono in tane con gerarchie militari. E le coniglie? Relegate sullo sfondo, perlopiù come motore della narrazione: a metà romanzo, una volta trovata una tana sicura, sorge il problema di non avere nessuno con cui accoppiarsi. E la parola sopravvivenza assume un altro significato.

Ritrovi accoglienti per ragazzini emarginati

Ti è mai capitato di leggere un libro e immaginarlo come un cartone animato? A me due volte: prima con La casa sul mare celeste di T.J. Klune, poi con Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura (da cui in effetti è stato tratto un anime). È l’effetto della narrativa cozy, genere da cui di solito mi tengo alla larga?

Linus, dipendente ministeriale, viene incaricato di valutare le condizioni di un orfanotrofio. L’orfanotrofio in questione è l’unico edificio su un’isola, e gli orfani non sono bambini qualsiasi, ma creature magiche. Gli abitanti della cittadina sulla terraferma non li vedono di buon occhio e anche Linus all’inizio non si fida né del responsabile dell’orfanotrofio, Arthur, né degli orfani: che sia una bambina-gnomo appassionata di giardinaggio che minaccia di seppellirlo o un bambino che se agitato si trasforma in un cane, Linus ci mette un po’ a sciogliersi e a capire da che verso prenderli.
I protagonisti de La casa sul mare celeste non sono i bambini, ma Linus e Arthur. Linus è grassottello, coi capelli radi e ligio al dovere, mentre Arthur è mingherlino, ha un oscuro passato e adora indossare calzini stravaganti. Più che dei quarantenni sembrano degli adolescenti alle prime armi, con Linus che si scalda a ogni sguardo o commento gentile di Arthur. Si innamorano poco a poco, uniti dall’interesse per il benessere dei bambini. Gli stessi bambini hanno a loro volta a cuore il destino della coppia, e quando non sono impegnati a fare uscite adorabili o battute macabre li punzecchiano parlando a nome di chi legge (“I don’t know why you don’t just kiss him and get it over with. Adults are so dumb.”).
In questo universo l’omofobia non esiste, traslata invece nella paura del diverso, dove il diverso sono le creature magiche. Klune non si azzarda a risolvere la bigotteria a livello strutturale, concentrandosi sull’ostilità dei paesani, sistemata a furia di deus ex machina, e sul percorso di Linus, che impara a seguire il suo cuore anziché le regole. Senza arrivare a chiedersi perché i bambini siano orfani (solleverebbe il velo sulle pratiche reali alla base del libro), l’idillio dell’isola resta intatto, coronato alla fine dai baci e dagli abbracci casti degli adulti-tutori.
La casa sul mare celeste è l’equivalente di un’abbuffata di cinnamon roll in pieno autunno: a te decidere quanto sia stucchevole e quando è il caso di fermarti.

Un giorno lo specchio in camera di Kokoro si illumina, lei lo attraversa e si ritrova in un castello, descritto in poche parole come uno di quelli della Disney. Una ragazzina con una maschera da lupo detta le regole del gioco: Kokoro e gli altri coetanei selezionati, tutti in età da scuola media, hanno un anno a disposizione per trovare la chiave dei desideri. Un desiderio ciascuno? No: solo uno dei sette potrà esaudire il proprio.
Dalle premesse de Il castello invisibile ci si aspetterebbe una competizione, invece non è così. I ragazzini si incontrano nel castello per passare del tempo insieme, tra tè e videogiochi. Ad accomunarli è che nessuno di loro va a scuola (futoko, un fenomeno diffuso in Giappone); nel caso di Kokoro, l’essere stata bullizzata l’ha traumatizzata a tal punto che si rifiuta di uscire di casa.
Tsujimura ha in serbo qualche bel colpo di scena, ma le interessano più che altro le dinamiche tra personaggi così giovani in uno spazio non gestito dagli adulti come la scuola. Le descrizioni scarne, la monotonia degli incontri e il disinteresse per i segreti del castello a me hanno riportato ai fasti del web a metà anni Duemila, quando i forum erano punti di ritrovo e non c’erano algoritmi a cercare in tutti i modi di catturare la tua attenzione.
Tsujimura riesce di fatto ad appassionare ed emozionare parlando di disagi reali in chiave fantastica.

Manhattan, in due decenni

In Un altro mondo Baldwin racconta la Manhattan di fine anni Cinquanta, muovendosi tra Greenwich Village e Harlem. Con La lingua perduta delle gru, invece, Leavitt ci porta a metà anni Ottanta, tra Second Avenue, East Village e West Side.
I personaggi di questi romanzi vivono in quartieri ed epoche diverse, ma non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe stato un loro incontro, se si fossero incrociati con la stessa casualità con cui io ho letto i due libri a distanza di qualche mese l’uno dall’altro.

Rose e Owen, i genitori di Philip ne La lingua perduta delle gru, saranno stati più o meno coetanei perlomeno del gruppo al centro di Un altro mondo. Mentre Owen reprime la sua sessualità, i protagonisti di Baldwin esplorano la propria senza etichette. Semmai sono le relazioni tra persone bianche e nere a essere problematizzate: Vivaldo, uno scrittore in erba bianco, vive peggio la sua relazione con Ida, un’aspirante cantante nera, che l’interesse per altri uomini.

Perhaps she loved him, perhaps she did: but if she did, how was it, then, that they remained so locked away from one another? Perhaps it was he who did not know how to give, did not know how to love. Love was a country he knew nothing about. And he thought, very unwillingly, that perhaps he did not love her. Perhaps it was only because she was not white that he dared to bring her the offering of himself. Perhaps he had felt, somewhere, at the very bottom of himself, that she would not dare despise him.

Negli stessi anni in cui Vivaldo cova rancore nei confronti di Richard per il suo successo con un romanzo commerciale, Derek Moulthorp pubblica una serie di libri per bambini. Derek, insieme al compagno, è proprio a fine anni Cinquanta che si ritrova ad adottare Elliott, quello che poi diventerà il ragazzo di Philip.

Per il resto, sono libri ben diversi. Baldwin racconta una storia tesa, intrisa di rabbia e amore, violenza e tenerezza, sullo sfondo di una torrida New York. Lo sfondo di Leavitt invece è l’epidemia di AIDS, ma la disperazione per la famiglia Benjamin è tutta sul piano sentimentale: il coming out di Philip ha una magnitudo tale da incrinare il rapporto con la madre e mandare il padre in crisi.

If I were to wake up thirty years from now and look back and see I’d wasted my life—well, it would be awful. Because it’s important, Mother. My sexuality, my attraction to men, is the most crucial, most elemental force in my life, and to deny it, to pretend it wasn’t there because I was afraid of what people would think—that would be a tragedy.

Segnalazioni

A ottobre 2025 è uscito L’imperatore goblin, tradotto da Stefano Giorgianni per Ne/oN Libri. Ne avevo parlato in toni entusiasti diversi anni fa.

A dicembre un mio racconto, Acquisizione, è stato pubblicato nell’antologia Laboratorio Atlantide, ebook che raccoglie undici racconti di autrici e autori italiani emergenti. Se lo leggi, sono curioso di sapere cosa ne pensi.

Se vuoi seguire le mie letture più da vicino, come sempre mi trovi su Goodreads.

Le mie stupide osservazioni su I miei stupidi intenti

Immagina degli animali antropomorfi, un po’ come quelli delle illustrazioni di Beatrix Potter, ma con la violenza realistica di animali veri. Intrigante, no? Peccato che il punto di svolta della trama sia l’introduzione della scrittura e di Dio, l’autocoscienza e la paura di morire che distinguono la faina protagonista dagli altri animali.

Non puoi però tenere un piede in due scarpe: se le tane sono arredate e gli animali hanno orto e pollaio, dovrebbero avere anche i libri; se gli animali non possono conoscere la scrittura, allora non dovrebbero neanche avere cucine, piatti, letti, lampade.
Qualcuno obietterà che, come per fiabe e favole, non deve avere tutto senso: non è mica fantasy, è alta letteratura, questa. Per me però è importante definire da subito le regole del gioco. Se fatto bene, posso credere alla rivolta degli animali di una fattoria, a un feto che si esprime in modo forbito o a una pecora che risolve un omicidio1. Zannoni invece le regole le inventa strada facendo, e soprattutto manca dell’unica cosa che l’avrebbe salvato: l’autoironia.

Dal momento in cui la volpe introduce il tema teologico, Zannoni mi perde. Mentre cerca di distrarmi parlando dei massimi sistemi, non posso fare a meno di notare tante ingenuità:

1) la volpe usuraia di nome Solomon che passa senza soluzione di continuità dall’essere un padrone violento e astuto a un mentore piagnucoloso e timorato di Dio;

«Sai cos’è la morte, Archy?».
Lo guardai. Con gli occhi mi pregava di rispondere.
«È quando gli altri se ne vanno. Si addormentano per sempre».
La vecchia volpe sorrise amaramente.
«La morte è la prima volontà di Dio», disse con voce spezzata. «E gli altri non c’entrano nulla, perché tocca a ciascuno di noi».

2) la banalità di dialoghi che vorrebbero essere profondi;

Il mio cuore si fermò con un tonfo sordo, e rimasi immobile a contemplare quell’immagine, stroncato da una grande tristezza.
«Era lì la tua tana?», disse Klaus.
«Sì», risposi.
Guardammo insieme.
«Anche io mi sento così», disse.
Mi girai verso di lui.
«Così come?».
«Desolato. Abbandonato».

3) le figure femminili relegate al Madonna-Whore Complex, dividendosi in
a) la madre, figura spietata ed egoista, disposta a uccidere le figlie se attirano le attenzioni del nuovo compagno, e
b) l’oggetto del desiderio, «irresistibile mistero», «la creatura più bella che avessi mai visto», «qualcosa che volevo a tutti i costi», senza personalità, docile e al più colpevole di vanità.

«Sono bella, Archy?».
Louise me lo chiedeva sempre. Soprattutto quando non stavamo facendo nulla, e si rimaneva in silenzio. Le dicevo di sì.
«Quanto bella?».
«Molto bella».
«Più bella di Cara?».
«Sì».
«Anche della mamma?».
«Sì».

Da notare che la parola scritta e la presunta verità sull’esistenza restano appannaggio dei personaggi maschili.

Dulcis in fundo, la scrittura brilla… per la mancanza di un editing accurato. Al di là delle scelte di trama non messe in discussione2, è un trionfo di “d” eufoniche, di avverbi e di gerundi scriteriati, che denotano pigrizia da parte dell’autore e di chi ha lavorato con lui.

Ci aggrovigliammo furiosamente, poi rallentammo, smettendo di colpirci […]

[…] continuai la mia rapida discesa fino al suolo, riuscendo a girarmi sulle zampe, finendo letteralmente schiacciato a terra.

A quel punto mi misi a fare dei versi, a fingere di volerlo mordere, e lui gridò fortissimo, e si lanciò per la piana scalciando.

Individuò un’entrata e vi affondò il muso, poi il resto del corpo, scomparendo.

Con la coda dell’occhio lo vedevo raggiungermi, con il fiato pesante e le ferite aperte, ma invece si defilò rapidamente.

Nella penna di Zannoni un verbo di rado è abbastanza per descrivere un’azione e il gerundio non indica contemporaneità, ma è solo un mezzo per rendere una frase più scorrevole.

Ho letto I miei stupidi intenti via via più scettico, ma anche intenerito da una scrittura immatura che, chissà, con la costanza e l’impegno può essere coltivata. Poi però mi ricordo che è un’opera prima pubblicata da Sellerio, di un autore che ha frequentato la scuola Holden e che ha vinto il Premio Campiello. E mi sento un po’ in imbarazzo per tutte le persone coinvolte. Compreso per me che l’ho letto fino alla fine.

Bernardo Zannoni, I miei stupidi intenti (Sellerio, 2021).

  1. Rispettivamente La fattoria degli animali, Nel guscio e Glennkill. ↩︎
  2. Spoiler: per esempio, quando Archy scappa dal bosco in fiamme porta con sé il libro, che non solo è integro nonostante cada in acqua, ma viene anche preso dall’istrice che non ha ragione di pensare che sia un oggetto di valore. ↩︎

Vita stregata: l’euforia di una magia quotidiana

A cosa pensi se ti parlo di genitori morti in un tragico incidente, una profezia, una scuola di magia in un castello inglese e un mago potente che è meglio chiamare Tu-Sai-Chi?
Sicuramente a Charmed Life, il primo libro della serie di Chrestomanci dalla penna di Diana Wynne Jones.

Questa edizione comprende sia Charmed Life (pubblicato originariamente nel 1977) che The Lives of Christopher Chant (1988), quindi accoppia il primo e il quarto libro della serie per ambientazione e percorsi simili.
In entrambi seguiamo un ragazzino che finisce sotto l’ala del Chrestomanci di turno, un potente incantatore dotato di nove vite che regolamenta l’utilizzo della magia in Regno Unito.

Jones ci catapulta subito nel vivo della vicenda: ci troviamo nel periodo edoardiano in un mondo parallelo in cui la magia non è niente di speciale, una materia qualunque da studiare a scuola al pari dell’aritmetica e della storia.
Essendo parte del quotidiano, la magia è integrata in modo organico nella narrazione, e quando si presenta è senza fanfare. Per esempio, una sera che Eric detto Cat fa pratica di violino, la sorella Gwendolen non ne può più e per dispetto gli trasforma il violino in un gatto:

He was practicing away one evening when Gwendolen stormed in and shrieked a spell in his face. Cat found, to his dismay, that he was holding a large striped cat by the tail. He had its head tucked under his chin, and he was sawing at its back with the violin bow. He dropped it hurriedly. Even so, it bit him under the chin and scratched him painfully.
“What did you do that for?” he said. The cat stood in an arch, glaring at him.
“Because that’s just what it sounded like!” said Gwendolen. “I couldn’t stand it a moment longer. Here, pussy, pussy!” The cat did not like Gwendolen either. It scratched the hand she held out to it. Gwendolen smacked it. It ran away, with Cat in hot pursuit, shouting, “Stop it! That’s my fiddle! Stop it!” But the cat escaped, and that was the end of the violin lessons.

Questo non vuol dire che non siano storie permeate di senso di meraviglia. Jones ha delle trovate geniali e se devo descrivere il suo modo di scrivere con una parola direi euforico.
Entrambi i romanzi sono caratterizzati da una struttura iniziale episodica: nel primo Gwendolen se ne inventa una più del diavolo per convincere Chrestomanci a permetterle di studiare magia; nel secondo seguiamo Christopher nei suoi viaggi notturni in mondi paralleli. Il risultato è che, nonostante ci sia una trama orizzontale e un cattivo insospettabile che complotta all’insaputa del protagonista (ma non per forza di chi legge), le sue storie sembrano quasi un insieme di scene di vita magica, che inevitabilmente culminano in un finale piacevolmente caotico dove il marasma di personaggi introdotti finora si raccoglie per un ultimo saluto.

Questa euforia probabilmente è anche il motivo per cui Jones sfrutta la stessa ambientazione per raccontare storie diverse anziché seguire il protagonista prescelto nel canonico viaggio dell’eroe.
Nonostante entrambi i suoi protagonisti abbiano in comune una buona dose di ingenuità, hanno trascorsi e personalità distinti: Cat, di recente rimasto orfano, è un bambino mite alla mercé della sorella megalomane; i genitori di Christopher sono vivi e vegeti, ma sono figure assenti e opportuniste che pensano più al proprio tornaconto che al bene del figlio, tratti che in Christopher fanno capolino tra caparbietà e risposte sarcastiche:

“In spite of this,” Gabriel de Witt said, “I am very dubious about taking you on. Your heredity frankly appalls me. The Chants give themselves out as a race of respectable enchanters, but they produce a black sheep every generation, while the Argents, though admittedly gifted, are the kind of people I would not nod to in the street. These traits have come out in both your parents. I gather your father is bankrupt and your mother a contemptible social climber.”
Even Cousin Francis had not said anything quite as bald as this. Anger flared through Christopher. “Oh thank you, sir,” he said. “There’s nothing I like more than a polite warm welcome like that.”

Un’altra ragione per leggere la serie di Chrestomanci è la curiosità di vedere qualcuno parlare di scuole di magia in tempi non sospetti, ovvero prima di Harry Potter. I parallelismi si sprecano, senza contare uno snodo di trama che precede di quarant’anni il meccanismo degli Horcrux.
La differenza principale tra il castello di Chrestomanci e Hogwarts però è che il primo ovatta sia sentimenti che rumori, e più che per i suoi prodigi architettonici e magici resta impresso come collegio che costringe i suoi pochi studenti a comportarsi a modo.

“I hate this place!” she bawled. “They try to cover everything up in soft, sweet niceness. I hate it, I hate it!” Her voice was muffled among the velvets of her room and swallowed up in the prevailing softness of the Castle. “Do you hear it?” Gwendolen screamed. “It’s an eiderdown of hideous niceness! I wreck their lawn, so they give me tea. I conjure up a lovely apparition, and they have the curtains drawn. Frazier, would you draw the curtains, please! Ugh! Chrestomanci makes me sick!”

Insomma, Jones è un calderone di idee originali e i suoi romanzi sono freschi e coinvolgenti anche se li leggi per la prima volta in età adulta.

Ti ho messo curiosità? Se leggi volentieri in inglese, bene. Se leggi solo in italiano, confida magari nelle biblioteche o nell’usato: qualsiasi autore che non sia Rowling, Dahl o Pullman che ha la sventura di essere pubblicato da Salani finisce prima o poi fuori commercio, con l’eccezione di Vita stregata ripubblicato nel 2021.

Diana Wynne Jones, Charmed Life (1977).
Diana Wynne Jones, The Lives of Christopher Chant (1988).

I malnati: com’era essere gay negli anni ’60

Di romanzi sull’accettazione dell’omosessualità in un’epoca meno tollerante della nostra ne ho letti fin troppi. Ben due solo quest’anno: Swimming in the Dark (ambientato in Polonia negli anni Ottanta) e Young Mungo (ambientato in Scozia negli anni Novanta). Chi l’avrebbe mai detto che per una variazione sul tema avrei dovuto leggere un romanzo italiano fuori commercio del 1960?

Copertina de I malnati di Giorgio Quintini

I malnati segue Andrea, detto «la marchesa», prima a Parigi e poi a Roma, con una breve parentesi in famiglia in quella che dovrebbe essere Perugia.
Se nei romanzi di cui sopra la risoluzione è la fuga, in questo caso procediamo a ritroso: dopo il soggiorno parigino, Andrea decide di tornare in Italia accompagnato dall’amico sudamericano, Pablo. Il filo conduttore del romanzo è infatti l’amore non ricambiato nei suoi confronti.

L’opera prima di Quintini è un romanzo a chiave dove ogni personaggio corrisponde a una persona vera della sua vita. Dietro Pablo si nasconde Andrés Gomez Monreal, pittore cileno, mentre la vera Eva, l’americana di cui Pablo è innamorato, è l’attrice Ivy Nicholson. Tra queste e altre figure cadute nel dimenticatoio spicca il personaggio di Giacomo, corrispettivo di Giò Stajano, la prima donna pubblicamente trans italiana.

Se in passato ho criticato Real Life per essere troppo aderente al vissuto dell’autore, nel caso de I malnati non posso che esserne grato. Quintini ci regala il ritratto fedele di un’epoca, descrivendo usi e costumi degli uomini gay d’altri tempi, con osservazioni valide anche ora:

Era l’eterno rifugio, il comodo ed ormai facile ripiego di loro tutti. Il «bonmot», al «boutade» l’essere «pazza»; e con questo spesso le lacrime ritornano negli occhi da dove stanno per sgorgare, e le parole dettate, dal sentimento, dalla debolezza di un sentimento, si mutano nella frase di spirito, di quello spirito gradevole, istintivo ed inimitabile degli omosessuali.

E abitudini che si sono perse nel tempo:

Infatti, quando gli omosessuali viaggiano, è difficile che arrivino in una città loro sconosciuta senza avere nel proprio taccuino un certo numero di indirizzi forniti da amici che prima di loro hanno soggiornato in quelle località. Il più delle volte non si tratta dell’indirizzo di persone, ma per l’appunto di luoghi, dove con più facilità si possono incontrare delle anime gemelle, se non per tutta la vita, almeno per una notte o per «l’espace d’un après-midi», e così tutte le «pazze», le «tantes», le «queers», e le «locas» finiscono per andare negli stessi posti, che possono essere il bar di un hôtel, o attorno ad una fontana in uno dei quartieri più popolari, o su di una storica scalinata, o in un cinema, dove altre prima di loro sono state e vi hanno forse incontrato le stesse persone, e quando scoprono certi impensabili gradi di parentela, talvolta persino transoceanica, terminano con il dire che questo mondo è veramente piccolo, e questa banalissima frase è un po’ la litania d’obbligo di questi pellegrinaggi di un piacere divenuto al giorno d’oggi tutt’altro che proibito.

Un’altra differenza rispetto ad altri romanzi del genere è la quasi totale assenza di autocommiserazione. Nella sezione ambientata in famiglia, Quintini racconta l’infanzia e l’adolescenza di Andrea, parlando della scoperta del proprio orientamento sessuale e delle prime esperienze, ma quello che lo contraddistingue da altri uomini gay della letteratura è che lui non è mai solo.
Forte probabilmente di uno status sociale privilegiato (sia Quintini che il suo alter ego letterario sono gli ultimi rampolli di una famiglia aristocratica), Andrea ha sia a Parigi che a Roma una comunità che conosce e accetta o comunque condivide le sue predilezioni. A Parigi più che a Roma, inoltre, Andrea non ha limiti: quando Pablo gli dà buca per passare la serata con Eva, si trucca prima di uscire.

— Sono con voi, questa sera: Pablo mi ha telefonato che la nostra cena è rimandata. Dobbiamo fare qualcosa: mi vestirò molto elegante, e poi decideremo.
Andò davanti allo specchio: il suo volto gli era nemico, la bocca sorrideva come mossa da invisibili fili. Aprì lo scatolino di «Etrusque» di Helena Rubinstein, e lo passò e ripassò con il piumino su tutto il viso. Gli occhi sembravano risplendere di più, ora, su quella nuova carnagione artificiale e terrea; corresse le sopracciglia con il lapis, scurendole ed allungandole, e si profumò dietro le orecchie, sotto le narici, sotto il risvolto della giacca, che aveva cambiato, blu scuro, aderente, che rendeva anche più snello il suo torso magrissimo.
Non esagerare; ti assicuro che il trucco si vede — protestò Felipe.
Andrea si volse a guardarlo freddamente. — Si deve vedere. Sarebbe senza scopo, altrimenti.
— Ma della gente potrebbe vergognarsi ad uscire con te, potrebbe essere imbarazzata…
— Vi sentite imbarazzati, voi? — domandò Andrea precipitoso.
(…)
Indossava, sopra all’abito scuro, l’ampia pelliccia di astrakan che Lotte gli aveva prestato, carezzava con una mano il grande collo, e con l’altra i capelli un po’ troppo lunghi sul dietro.
— Tu sei impazzito! — gridò Felipe eccitatissimo. — Non puoi uscire così!
— E perché no? — gli rispose aspra Lotte — Io trovo che sta benissimo, la pelliccia sembra fatta a sua misura, e la porta con più grazia di me.

Non vuol dire che Quintini descrive un’Italia avanti coi tempi, ma che gli ambienti in cui si muove Andrea tollerano la presenza di uomini come lui. Andrea non cerca in ogni caso l’accettazione della società e nemmeno una compagnia qualsiasi pur di avere qualcuno al suo fianco (non ha problemi a trovare qualcuno da portarsi a letto). Dopo essersi rassegnato per Pablo, si concentra semmai sull’eredità familiare: possibile che sia l’unica anomalia di un albero genealogico ineccepibile?

Tutti questi pensieri erano in un certo modo una consolazione per Andrea, il quale aborriva di essere un esemplare unico, la bestia rara, in quella famiglia nella quale tutti sembravano essere stati per più di un secolo virtuosi, fedeli e normali. Erano o non erano gli stessi Bandellini che avevano per antenati Alessandro, che nel 1560 strangolò sua moglie, e Dorotea, che brillò per le sue grazie ma certamente non per le sue virtù alla corte di Napoli, e Lucio, che scrisse nel 1700 i più osceni poemetti erotici dei suoi tempi?
Andrea cercava una continuità logica tra Alessandro, Lucio, Dorotea e sé stesso, non cercava di creare una stirpe di mostri o di degenerati, ma di poter considerare la sua famiglia come un succedersi, dagli inizi di essa sino a lui, di essere umani e vivi, di mogli fedeli e di mariti modello, di figli esemplari e di fratelli ideali, ma anche di cornuti, di omosessuali, di lesbiche, di pazzi, in un alternarsi, da settecento anni ad oggi, di virtù e di difetti, di vizi e sacrifici, di mostruosità e santità, di tutto quello che, in fondo è racchiuso in una sola persona, e che doveva essere, quindi, più o meno nascosto, velato e soffocato, in molti, in tutti quegli uomini e quelle donne che lo avevano preceduto, senza stasi, senza interruzione.

Non può avere certezze sui suoi parenti, ma trova un inaspettato conforto nelle parole di un’amica di famiglia, il cui figlio molti anni prima si è tolto la vita per l’amore impossibile per il suo migliore amico. È forse quello che sarebbe potuto succedere ad Andrea (e a Quintini?) se fosse vissuto in altre circostanze, ma lui scampa sia alla tragedia che al wish fulfilment. Appartiene d’altronde a un’altra generazione: anche se con il cuore spezzato, la soluzione per lui sono un addio e un’altra partenza, con la consapevolezza di meritarsi di meglio.

Fino a qualche anno fa per leggere Alba de Céspedes dovevo andare in biblioteca. La sua riscoperta è avvenuta poco dopo in tempi relativamente brevi, accompagnata da altre autrici italiane del Novecento. Vorrei che lo stesso capitasse a I malnati (come anche a La morte della bellezza): è un libro che merita tantissimo di tornare sugli scaffali in libreria, anche solo per essere tramandato a una nuova generazione in un formato che lo liberi da tutti i refusi della prima e unica edizione.

Giorgio Quintini, I malnati (1960).

Link utili:
Post da un blog dedicato a Giorgio Quintini
Scheda del libro sul catalogo Opac

2020

Pensavi di averla scampata, e invece con estremo ritardo mi ritaglio qualche minuto per parlare delle mie letture del 2020.

Preferiti

I miei preferiti sono stati:

  1. Martin il romanziere di Marcel Aymé
  2. Il cardellino di Donna Tartt
  3. La morte della bellezza di Giuseppe Patroni Griffi
  4. Bel-Ami di Guy de Maupassant
  5. L’adultera di Laudomia Bonanni
  6. Il rimorso di Alba de Céspedes

Quest’anno ho capito che da un romanzo voglio la possibilità di vivere esperienze di persone con morali anche diverse dalle mie, e in questo Tartt e Maupassant sono stati insuperabili con i loro Theo e Georges. Sono abbastanza stufo dei protagonisti come gusci vuoti in cui il lettore può immedesimarsi senza problemi che mi sembra vadano tanto di moda ora, e una soluzione mi sembra in parte di averla trovata concentrandomi su classici e letture meno recenti (quindi purtroppo più difficili da reperire).
Infine, la grande sorpresa di quest’anno, a riconferma del mio amore per L’orma editore, sono stati i racconti bizzarri di Marcel Aymé, di cui quest’anno è uscita anche una seconda raccolta, sempre nella traduzione di Carlo Mazza Galanti. Ho recensito entrambe in lungo e in largo su Goodreads: qui Martin il romanziere e qui La fossa dei peccati.

Altri titoli interessanti: La ragazza che levita di Barbara Comyns (qui se l’hai letto ho una domanda per te), Città sola di Olivia Laing e L’isola dei senza memoria di Yogo Ogawa (che hanno in comune l’essere stati offerti dal Saggiatore con l’iniziativa di solidarietà digitale), Il libro dei mostri di J. Rodolfo Wilcock, La superba gioventù di Pablo Simonetti (che pur non rientrando tra le mie letture preferite mi ha dato quello che avrei voluto trovare in Un giorno uno di noi e Real Life) e The Rook di Daniel O’Malley (in italiano La Regina, edito da Piemme e tradotto da Stefano Bortolussi).

Collegamenti

A volte mi sembra che le mie letture si parlino per puro caso. Ho letto Il disprezzo di Moravia insieme a In the Dream House (di cui ho parlato qui), e in entrambi c’è una scena simile. Da un lato Emilia a Riccardo:

Io ti disprezzo… ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più… Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi… Eccola la verità… ti disprezzo e mi fai schifo.

Dall’altro, Machado e la sua ex:

She tightens her grip on your arms. “I fucking hate you,” she says. She sounds, suddenly, drunk, even though you’ve been watching her and you know she’s had only the one beer. But you’ve had beer, too, and you don’t know what to do. “I fucking hate you,” she says again. The sounds of the bowling alley are coming from very far away; you feel like your heart is going to stop. You are not a parent; no one has ever told you that they hated you.

Sia de Céspedes che Bonanni parlano di donne adultere, tra l’altro a stretto giro (Il rimorso è stato pubblicato nel 1963, L’adultera l’anno dopo): nel romanzo della prima Francesca è dilaniata dai sensi di colpa, mentre in quello della seconda Linda vede l’incontro con un altro uomo come un modo per soddisfare un bisogno carnale che non deve assolutamente alterare il suo quotidiano. Quello che accomuna le due donne è l’indifferenza verso la maternità.
Questo è uno dei miei passi preferiti da Il rimorso dove Francesca descrive come l’avere avuto un figlio non l’ha cambiata, contro le aspettative di tutti:

Matteo vuole che gli lasci sempre l’ultimo sorso del mio caffè, se me ne dimentico dice che non lo amo e riodo mia madre dichiarare: «Francesca non ama nessuno».
È vero questo, Isabella?
Mia madre, pronunziando quelle parole, mi guardava col malinconico rispetto dovuto ai malati gravi. I sintomi del morbo erano, ai suoi occhi, il mio proposito di laurearmi, di scrivere, e le mie idee “rivoluzionarie”. «Quando avrai un figlio, non ragionerai più così» mi prometteva: «Non penserai più a queste cose».
Mentre aspettavo Lionello, era come se dovessi sottopormi a un’operazione per correggere una mia deformità. Tutti mi assicuravano che, dopo, sarei stata una donna completamente nuova. Tu, che avevi già Federico, mi dicevi trionfante: «Dal momento in cui nascerà il bambino tu non esisterai più, sarai sua». Mia madre, gonfiando il seno, sospirava: «L’ondata. Sentirai come un’ondata…» e, con un gesto, mostrava che sarei stata travolta.
Forse ho amato tanto Lionello perché mi ha risparmiato le ondate, i naufragi, insomma l’annientamento, che m’avevate predetto sorridendo. […]
Quando venne mia madre, le confessai che non avevo sentito l’ondata. Lei sbalordì, poi mi consigliò sottovoce: «Non lo dire a nessuno».

Mi piacerebbe davvero se qualcuno con più competenze di me mettesse a confronto questi romanzi e puntasse i riflettori su queste autrici messe in disparte, ma mi accontenterei anche solo se in libreria arrivasse qualche ristampa dei loro libri anziché dozzine di nuove traduzioni o nuove edizioni dei soliti nomi.

Della serie: c’ero prima io

Torna l’angolo referenziale. Dei libri di cui ho parlato qui negli anni scorsi segnalo due traduzioni e una ristampa. Si tratta di Ogni volta che ti picchio di Meena Kandasamy tradotto da Silvia Montis per E/O (ne ho parlato qui), Il popolo degli alberi di Hanya Yanagihara tradotto da Francesco Pacifico per Feltrinelli (ne ho parlato qui) e L’anno del contagio di Connie Willis che, cavalcando l’onda dei libri a tema pandemia e il titolo italiano particolarmente calzante, torna in libreria dopo sedici anni grazie a Fanucci sempre nella traduzione di Annarita Guarnieri (ne ho parlato qui).

Propositi

Come sempre: leggere meglio, non di più; parlare di meno; lasciar perdere la trappola delle novità e dedicarmi piuttosto ai tanti must che mi mancano.
Se sul blog tutto tace qualche riga meno impegnativa ogni tanto la butto su Goodreads.

Il rimorso

Il rimorso si apre con una lettera di Francesca a Isabella. Dopo anni di silenzio, Francesca si rivolge all’amica d’infanzia con una richiesta: le confiderà tutto per iscritto, ma solo se acconsente a consegnare tutte le lettere al marito nel caso in cui le succeda qualcosa.
Il rimorso del titolo è molto semplice: Francesca tradisce Guglielmo (di una quindicina d’anni più grande, direttore di un giornale di destra e lanciato nella carriera politica) con un architetto conosciuto in vacanza, Matteo, e non sa se farla finita o scappare con lui o mantenere le apparenze a costo della sua felicità.
Allo scambio epistolare tra le due amiche, che più avanti si estende anche ad altri personaggi, fanno da controcanto le pagine del diario di Gerardo, inviato speciale nel giornale di Guglielmo col sogno di fare lo scrittore.

La struttura potrebbe far pensare a un romanzo introspettivo, dove succede poco e nulla. Al contrario, nonostante le lettere e il diario diano modo ai personaggi di rievocare il passato con tutte le gioie e i dissapori del caso, negli scambi tra Francesca e Isabella c’è tutta la frenesia di un sistema di comunicazione non immediato, specialmente quando è Isabella ad aspettare le ultime di Francesca, sempre più intenzionata a compiere qualche follia, e nella cassetta della posta non c’è nulla.
Gli interventi di Gerardo hanno il sapore dell’aspirante scrittore pieno di sé che sente non solo di avere qualcosa di importante da dire, ma anche di poterlo dire meglio degli altri (una delle sue amanti in un passo lo descrive alla perfezione: “Non sei tipo di farti fucilare perché non potresti poi scrivere ciò che provavi mentre ti puntavano addosso i fucili”). Parla delle donne che frequenta e che ha frequentato e della sua idea di romanzo, un binario parallelo che si incontra con la vicenda principale nel modo più inaspettato, non solo a livello tematico.
Sia lui che Guglielmo offrono uno sguardo più ampio sul mondo degli intellettuali rispetto alla visuale limitata di Francesca.

Da una parte Francesca e Gerardo, dall’altra Isabella e Guglielmo. Da una parte l’ateismo, dall’altra la fede cristiana. Da una parte la ricerca della verità, dall’altra l’ipocrisia. Tutti i personaggi usano una lingua piana, quasi uniforme, ma hanno voci distinte ed è quella di Francesca, nel pieno dei suoi tormenti, che spicca più di tutte.
Arrivata da una famiglia povera a un matrimonio vantaggioso incrinato dalla morte prematura dell’unico figlio, si mette costantemente in discussione e si definisce un’invenzione. È alle menzogne che Isabella e Guglielmo – lei per la famiglia, lui per la politica – accolgono così volentieri che lei non può più sottostare.

In una lettera Francesca scrive:

Perdona la mia sincerità. So bene che i tuoi consigli sono dettati dall’affetto. Ma, dimmi, non hai mai sospettato di confessarti perché è più facile dichiarare le proprie colpe al prete che non a quelli da te – in qualche modo – danneggiati, offesi? La confessione non provoca conseguenze, anzi le scongiura esimendoci dall’obbligo di informare le nostre vittime.

E più avanti, Isabella:

Ho trovato Dio, nascendo, come ho trovato i miei genitori, mia sorella e la nostra casa e il giardino e Verona. Dio, per me, è una persona di famiglia cui posso raccontare tutto, chiedere aiuto, perché mi conosce, conosce i miei difetti, ma mi vuol bene e mi perdona. Quanto agli altri, è bene che ci credano migliori: tra i nostri innumerevoli aspetti, ce n’è sempre uno somigliante all’idea che essi hanno di noi; possiamo sceglierlo, sia pure l’ultimo giorno della nostra vita, e non nella menzogna, ma nella speranza della confessione in extremis. Dunque, è pericoloso esaminarsi continuamente come fai tu: nel più riposto angolo di noi stessi possiamo scoprire qualcosa che distrugge tutte le nostre illusioni. Ti rendi conto di ciò che accadrebbe dopo una simile scoperta?
Io, forse, non lo sopporterei.

Il massimo pregio de Il rimorso dal mio punto di vista è che la scrittura non è fine a sé stessa, ma influenza la storia: è questo che rende i personaggi reali, nello specifico persone che si muovono nell’Italia degli anni Sessanta. Un altro pregio, per chi è indifferente alla struttura narrativa e non ha interesse verso i romanzi epistolari, è che questo libro riesce nella difficilissima impresa di essere sia appassionante che profondo.
Alba de Céspedes scrive in maniera superba e il finale dimostra che ha mosso sapientemente le pedine fino all’ultimo.

Alba de Céspedes, Il rimorso (1963).

L’adultera

L'adulteraLinda ha quarant’anni, vive a Milano col marito Antonio e la figlia piccola, Nina. Commessa viaggiatrice di mestiere, facciamo la sua conoscenza proprio in procinto di un viaggio di lavoro alla volta di Napoli, che però è solo una scusa per incontrarsi a Roma col suo amante, soprannominato Norman.

Siamo negli anni Sessanta, quando l’adulterio era ancora punibile per legge, ma Linda non è lacerata dal senso di colpa né dalla paura. I suoi incontri occasionali con Norman, un militare cinquantenne, hanno il solo scopo di soddisfarla (“Era stato un approccio di strada, ma con una intesa fisica immediata” e “Finallora era stato senza importanza, come consumare dei pasti fuori di casa”), e qualsiasi sentimentalismo da parte sua, come da parte del marito, la scoccia (“Ricordò di aver provocato un coro di risa, da Ortensia, definendo l’amore il terzo incomodo”).

Linda – sensuale, bella, formosa, dalla pelle bianchissima e dai capelli neri – si fa guardare, apprezza la libertà del nuovo decennio e non ha intenzione di farsi rovinare da nessuno:

Non ci casco, si sa come vanno a finire le infatuazioni, dopo si rimane alla mercé di un uomo come nei vecchi romanzi, oggigiorno non ci cascano neppure le ragazzine. […] Questi tipi che pretendono di farti bovarineggiare e ti condurrebbero alle estreme conseguenze.

Il matrimonio in cui si trova è stato affrettato, avrebbe voluto che Antonio non tornasse dall’India, e la gravidanza non l’ha desiderata. Sono questi e altri i pensieri che le corrono in testa nello scomodo viaggio in treno: la guerra, un aborto, la vendita della casa paterna, il periodo a Roma, il trasferimento a Milano.

Bonanni restituisce i pensieri di Linda senza virgolette, unendoli al resto della narrazione e mischiando presente e passato in una scrittura incredibilmente immersiva e moderna (“Non c’è di peggio che cominciare a rimestare nel passato, ogni cosa rimuove un’altra cosa e se la trascina appresso”). Quando Linda ripensa, Bonanni riporta i ricordi come guizzi di scene, battute e osservazioni, col ritmo che è tipico dei pensieri.
Per esempio, qui, ancora in guerra, Linda resta incinta di un soldato tedesco e ha bisogno di trovare qualcuno che la faccia abortire. È difficile scegliere un estratto solo, sarebbero da copiare pagine intere, ma mi accontento di un paragrafo:

Arriva sfaccenda e racconta, sempre scalmanata arruffata e allegra. Pure da noi qualche sbandato con le vesciche rotte ai piedi, non gli vuoi dare un catino d’acqua e pezze pulite. E alle nausee: niente niente. Una ragazzetta cresciuta dentro la guerra, quindici anni già sfioriti e l’esperienza dei bassi di una città invasa. Rendersi conto per prima che la cosa non poteva andare avanti. C’è una donna pratica in un vicolo. Sta zitta. Corre a reggerle la fronte. Su su, dice, non t’impaurire, dice che è capitato a tante, con aria d’innocenza, il faccino appuntito e scaltrito. Ci sono cascate tante, coi soldati in giro succede. (Ortensia dice: lo facciamo un po’ tutte.) Ci capitavano le sposate e anche le bambine. Giustificata. C’è una donna pratica… Smettila. Sai signora si fa, una che conosco io l’ha fatto. Quell’impressione di non stare a sentirla. S’infila un ferro, un ferro da calza va bene lo stesso, s’infila e si lascia dentro, lavora da solo. Basta, vattene. L’indomani ritorna. Sfaccenda e sbircia con gli occhioni ammaccati.

Nelle ventiquattr’ore di L’adultera è condensata una vita intera, lo spaccato di un’epoca. Linda non ha nulla da invidiare alle altre grandi adultere della letteratura, eppure Bonanni è caduta nel dimenticatoio.
L’adultera – selezionato per il Campiello e lo Strega – è stato ripubblicato nel 2016 da Elliot (ora al 50% di sconto su IBS) e quest’anno, sempre per Elliot, è stato incluso in un volume formato e-book a cura di Giulia Caminito con due romanzi di altre due autrici italiane.
Non so come altro dirtelo, fatti un favore e recuperalo in qualche modo.

Laudomia Bonanni, L’adultera (1964). Elliot (2016), 123 p.

Real Life

È passata solo qualche settimana dalla morte del padre quando Wallace decide di raggiungere i suoi amici e perlopiù colleghi universitari al lago. È una perdita che non intende condividere con gli altri, un po’ perché non è legato alla sua famiglia, un po’ perché è nella natura di Wallace stare nel suo e subire in silenzio.

Circoscritto nell’arco di un weekend di fine estate, Real Life inquadra il disagio di Wallace sotto ogni aspetto della sua vita. Nero e queer, non è più sicuro del suo percorso universitario in biochimica. In laboratorio è osteggiato dal capo e da una collega da tutti considerata geniale – l’unica ancora di salvezza è rappresentata da una ragazza asiatica, l’altra persona non bianca nel suo circolo di conoscenze. Con gli amici, per quanto sia un gruppo aperto mentalmente e in gran parte queer, fatica a confidarsi. E non ha uno straccio di vita sentimentale, perlomeno finché un amico apparentemente etero non dimostra tutt’a un tratto un inaspettato interesse nei suoi confronti che purtroppo sfocia in un rapporto violento.

Yes, he thought about leaving, and yes, he hated it here sometimes. But running through that feeling like hard, resolute bone was something else: It wasn’t so much that he wanted to leave graduate school as that he wanted to leave his life. The truth of that feeling fit under his skin like a new, uncomfortable self, and he couldn’t get rid of it once he acknowledged it. It was all the same, gray waiting, a fear of not being able to take it all back.

Real Life è il debutto di Brandon Taylor, al momento finalista al Booker Prize e accolto con un consenso quasi unanime dalla critica. Se ne parla come di un romanzo che rivoluziona il genere campus novel, uno sguardo nuovo sulla vita universitaria statunitense dove il progressismo di facciata nasconde ambienti privi di diversità caratterizzati da piccole forme di razzismo: a esacerbare l’insicurezza di Wallace, infatti, è l’impressione che il suo posto in laboratorio sia mera rappresentanza, una concessione che più col suo talento e il suo background (dalla famiglia di umili origini in Alabama si ritrova in una prestigiosa università del Midwest) ha a che fare con l’immagine che l’università vuole dare di sé.
Taylor enfatizza quanto il mondo che circonda Wallace sia bianco (non solo le persone, anche gli ambienti asettici del laboratorio), costringendo il lettore bianco a un cambio di prospettiva:

Miller, Yngve and Cole looked like a trio of pale, upright deer, like they belonged to their own particular species, and you could be forgiven, if you were in a hurry, for thinking them related.

Sin dall’inizio mi è sembrato un romanzo molto realistico, specialmente per quanto riguarda l’ambientazione universitaria e le minuziose descrizioni degli esperimenti con i nematodi. Qualche rapida ricerca ed ecco svelato che Taylor, così come Wallace, è stato uno studente di biochimica alla University of Wisconsin-Madison nel Midwest prima di abbandonare quel tipo di carriera accademica e studiare scrittura creativa. Anche lui nero, anche lui queer, anche lui dall’Alabama. Real Life è stato scritto quando andava ancora all’università ed è espressamente ispirato dalla sua stessa esperienza, come spiega in questo articolo:

Because you are bad at time, you decide that your novel will take place over one weekend. Because you are bad at making up things, you decide to lift the surface details from your life, to use places and things that you know. You extract from your life large morphological features and populate your draft with these. You change things. You move things around. You revisit all of the horrible things that people have said to you in your most vulnerable moments. You try to feel compassion for these people. You try to imagine the state of their inner lives. You give them the benefit of the doubt. You come to understand them. This understanding turns into characters. Into situation. The fiction emerges from the real.

Nella sezione più lirica del romanzo Wallace racconta in prima persona la sua infanzia, in cui è stato vittima di abusi, ed è quasi desolante venire a sapere che anche Taylor è stato stuprato in età preadolescenziale da una persona vicina alla famiglia, o che anche lui ha vissuto la morte di un genitore con cui aveva un rapporto complicato. Real Life prende la regola di scrivere di ciò che sai agli estremi, facendomi dubitare della definizione di romanzo per un prodotto così autoreferenziale.

Nell’ottica di un romanzo che attinge a piene mani dalla vita del proprio autore, i problemi di salute mentale e le ripercussioni dei traumi subiti da Wallace corrispondono tutto sommato a quelli di Taylor ed è difficile trovarne una qualità letteraria. Wallace – come per certi versi Marianne di Normal People e per altri Jude di A Little Lifesi trasforma nel contenitore ideale per il lettore che cerca un protagonista in cui è facile identificarsi. Forse non tutti spuntiamo le caselle di nero, queer, depresso, vittima di violenza, poco attraente, con scarsa autostima e senza legami intimi, ma la solitudine, l’infelicità e l’odio verso sé stesso di Wallace assumono un carattere universale, per cui chiunque può condividere passaggi come questo e sentirsi visto, rappresentato, definendo arte e con un valore letterario quelle che a tutti gli effetti sono delle riflessioni personali:

But when Wallace looks at such people, people he wants, he always feels so much worse afterward. Being so aware of their bodies makes him aware of his own body, and he becomes aware of the way his body is both a thing on the earth and a vehicle for his entire life’s history. His body is both a tangible self and his depression, his anxiety, his wellness, his illness, his disordered eating, the fear of blood pouring out of him. It is both itself and not itself, image and afterimage. He feels unhappy when he looks at someone beautiful or desirable because he feels the gulf between himself and the other, their body and his body. An accounting of his body’s failures slides down the back of his eyes, and he sees how far from grace he’s been made and planted. It’s not even that he wants to be them—though queer desire has this feature baked in, so better to say it’s not just that he wants to be them. He wants to be not himself. He wants to be not depressed. He wants to be not anxious. He wants to be well. He wants to be good.

A fare da legante nel romanzo è il concetto di real life, vita vera, che ancora una volta mi riporta all’ossessione di Marianne per le persone normali. Wallace identifica la vita vera non solo con quella degli altri, ma con quella fuori dalla bolla universitaria (persone vere con un lavoro vero), e ci servono gli altri personaggi a ricordargli che le sue azioni hanno delle conseguenze anche all’interno di quel gruppo, che anche la loro è vita vera:

“No, Emma. It needs to be said. He doesn’t get it. He doesn’t get how people’s relationships aren’t toys for him to play with. That he doesn’t get to fuck it all up for other people. This is real life, Wallace. Do you understand that? It’s real life.”

Quindi mi ritengo insoddisfatto da Real Life semplicemente perché ho scoperto quanto l’autore ci ha riversato dentro la sua vita? Più che altro sono le conseguenze di questo tipo di scrittura. È un romanzo che non va da nessuna parte, che si chiude con un flashback originariamente pensato come primo capitolo in mancanza di una vera e propria risoluzione. Non che dovesse essere a tutti i costi un romanzo di formazione o che dovesse esserci uno sviluppo definitivo, ma la mancanza di una direzione precisa la imputo più a una scrittura pigra e autoreferenziale che al piano di un autore padrone della materia.

Le domande che mi pongo sono queste: parlare di noi stessi può essere un punto di partenza, ma ci va anche bene che sia un punto d’arrivo se ci stiamo cimentando in storie di fantasia? Può la narrativa azzardarsi a essere più edificante puntando a raccontare qualcosa di leggermente diverso dal nostro vissuto, anziché arrendersi a un continuo gioco di specchi (Taylor che si riflette in Wallace e Wallace che si riflette nel lettore)? E non dico che non mi interessa l’esperienza di nero e queer di Taylor, anzi, è il contrario: è che la voglio incanalata in una forma un minimo originale.

Con Real Life Taylor ha parlato al me dei primi anni dell’università, e quindi forse è riuscito nell’intento di rendere universale un’esperienza personale, ma avrei davvero voluto che l’obiettivo fosse un altro. L’agente lo ha convinto a rifinire questo romanzo anziché spingere alla pubblicazione dei racconti che ha scritto dopo aver iniziato a studiare scrittura creativa, e spero che il successo di Real Life gli dia modo di pubblicare ancora perché sarei curioso di vedere, tolto questo debutto a mio avviso acerbo, cos’è realmente in grado di fare.

Brandon Taylor, Real Life. Riverhead Books (2020). 329 p.

Un giorno uno di noi

È l’estate del 2008 e Graziano, neolaureato in Lingue e letterature a Torino, non ha prospettive per il futuro. Per ora lavora come cameriere in centro ed è qui che dal nulla un avventore del ristorante, un uomo più grande di nome Edoardo, gli offre un’opportunità da sogno: un coast to coast tutto pagato e addirittura stipendiato negli Stati Uniti per cui Graziano deve solo guidare e fare da interprete. È una follia, ma in fondo – tra la topaia in cui vive, i rapporti ridotti all’osso coi genitori e soprattutto il cane che ha appena dovuto abbattere – cos’è che lo trattiene?

Un giorno uno di uno è descritto come una storia d’amore on the road. Lungo il viaggio per forza di cose i due si avvicinano e si conoscono, accomunati dall’ammirazione per la maestosità dei paesaggi statunitensi e dalla curiosità per le differenze culturali. Ma Graziano è anche affascinato da Edoardo, dalla facilità con cui la bellezza e il contesto familiare e sociale in cui è cresciuto gli permettono di affrontare la vita.
Graziano, in confronto a Edoardo e ai bellocci americani che vede, risulta sempre in difetto. È in imbarazzo quando si tratta di spogliarsi in spiaggia (“Nessuno di loro sapeva quanta fatica potesse costare togliersi una maglietta. Lui non aveva uno di quei corpi”) e all’inizio Pastore ne sottintende spesso il nome, riflettendo la mancanza di autostima di Graziano anche nella scrittura stessa (qual è la sua paura più grande, d’altronde? “Di essere vivo e che nessuno se ne accorga”).

Guardati, si disse allo specchio del bagno in cui si rinchiuse dopo pranzo, ti manca tutto. Ti mancano i capelli, ti mancano i denti, ti manca la pelle, ti mancano i vestiti, ti mancano le parole esatte per dire le cose, ti manca una polo stirata, ti manca il tempo. I ragazzi di prima avevano colli puliti appena rasati, sorridevano come se niente al mondo li avesse mai feriti, avevano madri e padri che li chiamavano «honey», avevano nomi di due sillabe che suonano come schiocchi di dita. Edoardo si chiama Edoardo, tu ti chiami Graziano, non hai nemmeno un nome, solo una negazione: grazia-no.

Mentre Edoardo ha “il cuore leggero di chi ha vissuto in mezzo alla bellezza, e all’amore”, Graziano ha un tragico passato (“un’ombra nera, un dolore sempre presente”). Viene dalla campagna, per la precisione da un paesino noto per il più alto tasso di suicidi in Italia, e i genitori bigotti e violenti l’hanno cresciuto in un ambiente raccapricciante. Quando il padre sorprende Graziano da ragazzino che si masturba per la prima volta lo prende a bastonate. Quando sono costretti a tenere in casa la nonna demente, il padre la intrappola tra sedie per impedirle di muoversi e le dice cose come: “Quand’è che ti decidi a crepare, puttana? Adesso sono io a ridere, vecchia troia rinsecchita”.
Mi è parso così forzato e insistito, una mera trovata per sconvolgere il lettore. Cosa c’è di peggio dell’orrore domestico? D’altra parte, mi dico, l’ho trovato improbabile e finto solo perché italiano? Casualmente Pastore affronta un discorso simile quando Graziano ed Edoardo si trovano davanti alle americanate becere a Salem:

«Eppure» disse Edoardo una volta in macchina, «c’è qualcosa di affascinante in tutto questo, non trovi?»
«In cosa?»
«Nelle messinscene che sono capaci di inventare. Se vedessimo una cosa del genere in Italia, la gente travestita, gli effetti speciali, penseremmo che è orrendo, persino scandaloso, non si potrebbe tollerare. “È tutto così kitsch” diremmo. Qui invece ha un senso, e mi pare pure bello. Se vinci le prime resistenze, dopo un po’ ti diverti. No?»

L’unica ancora per Graziano è Lucky, il cane che salva da una cucciolata lasciata morire e che nel corso del romanzo torna sotto forma di sogno, una sorta di avventura parallela al viaggio reale con un che di Jack London. Al viaggio fantastico ho preferito decisamente quello reale, che l’autore rivela in un’intervista essere basato sul viaggio che lui stesso ha compiuto nel 2008: non stupisce considerato i dettagli con cui vengono descritte le singole tappe, o anche solo gli incontri casuali con gli americani che vanno ben oltre quanto si può imparare leggendo libri o vedendo film.

Potrei fermarmi qui parlando di Un giorno uno di noi, ma il finale pretende un paragrafo a parte. (Seleziona per vedere gli spoiler sul finale).
Nel corso del viaggio Graziano nota che Edoardo prende delle medicine, a volte preferisce riposarsi e gli lascia carta bianca su cosa fare senza di lui e ogni giorno riceve chiamate da una donna che sembra molto agitata. La verità è che Edoardo è malato e ha deciso di intraprendere questo viaggio perché dall’operazione a cui dovrà sottoporsi potrebbe non risvegliarsi. È con questo spirito che chiede a Graziano di partire con lui: nella confessione finale gli svela che gli è piaciuto sin dal primo momento in cui l’ha visto (“Quel battito del cuore l’avevo provato la prima volta che ti ho visto, al ristorante. E l’ho provato tutte le altre volte, dopo, quando venivo a mangiare solo per vederti: lasciavo l’ufficio e attraversavo la città con il terrore che tu non fossi di turno o che potessi sparire da un momento all’altro”) e di averlo coinvolto con la storia della vacanza/lavoro solo per avere modo di conoscerlo:

«Mi dispiace. Sei così giovane, sei solo un ragazzo, e io ti ho coinvolto in questa follia. Cos’avrei potuto fare? Non potevo venire da te e dirti: “Ehi, potrei morire adesso, ma penso di non poter più muovere un passo senza di te da quando ti ho visto. Voglio attraversare l’America con te, anche se in realtà con te vorrei vedere il mondo intero.” Questa cosa dei soldi, lo stipendio, insomma… Lo so, è una pazzia vera e propria, ci sono stati momenti in cui mi è sembrato così umiliante, così sbagliato, me ne vergogno, credimi, ma è l’unico modo che mi sia venuto in mente per poterti avere con me, per provare a convincerti a seguirmi. Non volevo rischiare che mi dicessi di no. L’importante era partire, e poi, se anche mi fosse successo qualcosa mentre ero via, almeno mi sarebbe successo mentre ero con te. Non mi sono mai comportato così in tutta la mia vita, mi è presa una specie di euforia quando l’ho pensato la prima volta, e poi non ho capito più nulla, nessuno è riuscito a farmi ragionare. L’operazione mi ha dato il coraggio che altrimenti non avrei mai avuto, almeno mi ha dato questo.»

All’inizio Graziano è scioccato, ma accoglie presto a braccia aperte questa rivelazione e, al culmine del suo viaggio di formazione, è anche premiato con la speranza di un futuro insieme all’uomo che ha scoperto di amare.
Un giorno uno di noi si configura quindi come un wish fulfillment fatto e finito, dove il ragazzo che si sente inadatto in tutto e per tutto viene visto per caso da un uomo bello e ricco che ne riconosce la bellezza interiore a tal punto da perdere la testa e farne l’oggetto delle sue attenzioni.
Nel 2020 fatico a trovare questo tipo di storia romantica, per non dire accettabile: se Graziano non ne fosse stato attratto, se Edoardo non spuntasse tutte le caselle giuste in termini di età, aspetto e soldi, quale sarebbe la differenza con un maniaco? Il fatto che Edoardo possa morire da un momento all’altro non è solo una scusa per normalizzare un comportamento altrimenti ingiustificabile?

Un giorno uno di noi non è scritto male, e anzi, ho intrapreso con piacere questo viaggio coast to coast insieme ai suoi protagonisti. Se per me è un no è proprio per com’è pensata questa storia d’amore e purtroppo lo scopri solo una volta arrivato alla fine.

Giancarlo Pastore, Un giorno uno di noi. Marsilio (2020), 224 p.

La morte della bellezza

Sullo sfondo di una Napoli in piena seconda guerra mondiale, i nostri due protagonisti si incontrano per caso: sono Lilandt, un ventottenne italo-tedesco, ed Eugenio, un quindicenne napoletano – entrambi soli, entrambi orfani. Lilandt vive la sua omosessualità con incontri clandestini, mentre Eugenio la scopre proprio con lui durante un bombardamento, e da lì in poi Lilandt diventa vittima della sua indecisione: da un lato Eugenio vuole il ragazzo che gli fa scoprire il piacere carnale, ma dall’altro punta alla bella della scuola pur non avendole mai parlato.

Patroni Griffi sembra scrivere senza freni, sia per il periodare lungo che sembra un flusso di coscienza, sia per le scene di sesso esplicite. È il connubio perfetto tra una lingua ricercata e la schiettezza del rapporto sessuale in sé e per sé, dove la bellezza si confonde tra più piani: è bella la Napoli sconvolta dalla guerra (“sbalordita di ritornare a vivere due volte al giorno”), è bello il giardino che Eugenio deve abbandonare e quello che ritrova a casa di Lilandt, è bella la villa decadente ereditata da Lilandt (in cui lui gira nudo nelle notti d’estate e che gli si offre “troiescamente spalancata”), sono belli Eugenio e Lilandt con i loro corpi idealizzati:

Colto in fallo, Lilandt gli diede uno sguardo di commiserazione e si spinse con la schiena all’indietro a sdraiarsi sulla sabbia. Come in una prospettiva del Mantegna, il corpo si appiattì, incassato nelle membra; spiccava il braccio alto, piegato nel gomito, la cui mano portava alle labbra i rossi frutti che egli sprizzava fra i denti. Eugenio s’incantò a fissare l’ascella appena ombrata: i peli dentro, iscuriti dal buio, emergevano in filature d’oro, un gomitolo imbrogliato di fili ritorti leggerissimi che si accendeva in quei tratti di luce che riuscivano a penetrarvi, e guizzava; la vena che partiva dall’incavo, si azzurrava sul bicipite e vi scompariva affondandovi. Malgrado il diffuso odore della salsedine, Eugenio riconobbe il profumo celato in quel segreto alveo che nelle ore d’amore lo inebriava, e come sempre gli accadeva, d’impulso, amò Lilandt con percezione fisica intollerabile.

Ed è bello anche il piacere che si danno l’un l’altro. Torna di frequente il paragone con le rose e in generale con la natura, a elevare la materia trattata in un modo quasi banale nella sua semplicità:

«Fatti da solo… voglio assistere… mi piace… ti prego…», e se ne stava, torbido, presente, accanto a lui, e appena la fioritura sbocciava dal ramo, vi appoggiava sopra le labbra, a gustarsi il tocco dei nuovi petali, e se vedeva Lilandt riverso nei suoi succhi, irrefrenabili le mani vi correvano a bagnarsi, ad accarezzarlo.

La morte della bellezza incastona l’amore della coppia protagonista e l’amore per Napoli in tutte le contraddizioni della nostalgia per un’epoca passata, per una gioventù perduta, per l’amore assoluto di un momento. “Com’era bella Napoli quarant’anni fa” comincia il romanzo e le descrizioni tornano a dipingerla di frequente con non meno passione di quella riservata per Eugenio e Lilandt:

La barca filava e Lilandt stava ai remi, la guerra non riusciva a offuscare lo splendore del golfo, le fortezze volanti potevano uccidere tutti i napoletani, non avrebbero potuto sopprimere il segno della bellezza che cifrava la città, esaltata dallo sfarzo estivo che la grande stagione vi profondeva a piene mani. Il profilo metropolitano assorbiva l’insulto delle armi, nascondeva allo sguardo le piaghe inferte, rimaneva schiuso al sorriso, imperterrito, senza accusare i colpi. Arrogante, la natura sfidava gli stupratori. Vista dal mare, Napoli commuoveva, adagiata nella sua ipocrita serenità.

E ora, l’ennesimo mistero dell’editoria italiana: mi lascia di stucco che nessuno abbia rilanciato questo libro sull’onda del successo di Call Me by Your Name, visti gli svariati punti in comune (tra cui una scena che per quanto mi riguarda è l’equivalente della famosa scena della pesca). Ne è stato tratto un adattamento teatrale cinque anni fa, ma ci basta questo?
Che qualcuno lo pubblichi in inglese e salvi Patroni Griffi dalla nicchia delle introvabili edizioni fuori stampa a cui è relegato.