Ti risparmio una classifica a scoppio ritardato, anche se non sarebbe la prima volta. Ti faccio piuttosto una panoramica di alcune delle letture del 2025 su cui ho qualcosa da dire, nel bene e nel male. Il caso ha voluto che abbia proceduto a coppie, guidato da accostamenti più o meno scontati.
Come non campare a Milano
Parliamo di intellettuali squattrinati a Milano in romanzi più o meno autobiografici: Luciano traduttore ne La vita agra, Bettina in Poveri e semplici, entrambi usciti negli anni Sessanta. Il primo critica il lavoro d’ufficio mentre fatica a sbarcare il lunario, la seconda racconta mestamente la vita di un gruppo di giovani comunisti. Entrambi si sobbarcano le spese del nucleo familiare, che sia la famiglia tradizionale o la famiglia scelta.
La vita agra è la lettura ideale per chi lavora in azienda, specialmente da remoto, e ogni tanto si chiede cosa sta facendo della sua vita:
Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire, se il marito della Billa non si oppone, addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura.

Poveri e semplici, che nonostante abbia vinto il Premio Strega è tra le opere fuori stampa di Anna Maria Ortese (escludendo il primo volume dei romanzi), ha una voce narrante che ricorda un po’ Natalia Ginzburg e un interesse amoroso per un giornalista oserei dire antesignano della dinamica tra Elena Greco e Nino Sarratore ne L’amica geniale.
E le feci presente il mio ideale: lavorare per l’umanità, mediante il mio lavoro di scrittrice. Collaborare alla pace e al miglioramento degli uomini. Questo, secondo me, era il compito degli scrittori…
Essa ebbe un sorriso, ma così breve, non sono neppure sicura che fosse un sorriso, e, continuando il suo lavoro di uncinetto:
« Ma… essere felice?… », mi chiese come esitando. « Non possibile… ugualmente? »
Non sapevo cosa rispondere — non credevo per me questa possibilità, mai l’avevo creduta — e corrugai un po’ la fronte.
Il potere è di chi traduce
La vita agra sarà forse il romanzo italiano per eccellenza a tema traduzione, ma non l’unico al riguardo che ho letto nel 2025.
Il primo è The Extinction of Irena Rey di Jennifer Croft, nota perlopiù al mondo anglosassone come traduttrice dal polacco di Olga Tokarczuk. Quanto del lavoro di traduzione finisce in quello di scrittura? Molto, nel caso di Croft, che racconta di un gruppo di traduttori a raccolta al servizio di un’autrice polacca. Forse avrei dovuto intuire che, così come Guida il tuo carro sulle ossa dei morti non mi era piaciuto, avrei avuto da ridire anche su questo: pretenzioso, complicato, sfuggente? Insomma, non ho capito dove volesse andare a parare.
Per quanto non si risolva in granché, almeno mi ha intrattenuto con il battibecco tra narratrice e traduttrice. Il libro che leggiamo si presenta infatti come la traduzione in inglese di un romanzo scritto in polacco dalla traduttrice argentina (Emi) di Irena Rey, resoconto degli eventi a cui la traduttrice americana (Alexis) ha preso parte. È molto spassoso passare dalle frecciatine di Emi alle repliche o smentite nelle note a piè di pagina di Alexis.
Chi traduce ha sempre l’ultima parola, in fondo, e fossi stato in Croft avrei calcato ancora di più la dose su questo gioco metaletterario anziché sulla figura elusiva di Irena.

Più inaspettato, l’altro libro sulla traduzione è Il mondo della foresta di Ursula K. Le Guin. È di una bellezza commovente: come apre mondi Le Guin, nessuno.
Nel pianeta di Athshe, dove il confine tra realtà e sogno è molto sottile, chi traduce è un dio perché ha il potere di cambiare la realtà introducendo concetti nuovi da altre culture.
To “speak” that tongue is to act. To do a new thing. To change or to be changed, radically, from the root. For the root is the dream.
And the translator is the god. Selver had brought a new word into the language of his people. He had done a new deed. The word, the deed, murder. Only a god could lead so great a newcomer as Death across the bridge between the worlds.
Devo dirlo per deformazione professionale: l’originale è The Word for World is Forest e io l’avrei tradotto come Mondo si dice foresta. Il titolo italiano mi sembra un po’ riduttivo, o perlomeno, per amor di semplicità, accantona il rimando alla traduzione.
Sopravvivere non basta, né a Parigi né tra conigli
Lo scannatoio è forse tra le opere più famose di Zola. Nella Parigi di metà Ottocento una lavandaia, Gervaise, fa di tutto per uscire dalla miseria, con un grande ostacolo che le tarpa le ali: l’alcolismo del marito. Zola descrive con dovizia di particolari la città e l’evoluzione della bottega di Gervaise, al punto che a distanza di mesi ho alcune scene e sensazioni impresse indelebili nella memoria: il calore asfissiante della lavanderia, l’impacciata visita al Louvre dopo le nozze, il banchetto che segna la fine del periodo di prosperità di Gervaise, la camminata con i morsi della fame nella Parigi innevata…
La scrittura di Zola ha una qualità a dir poco cinematografica. A un certo punto Gervaise rivede la sé stessa giovane, escamotage usato anche nell’adattamento de L’amica geniale quando Elena torna al rione e si rivede bambina.
Un giorno, sporgendosi, provò una sensazione strana: le sembrò di vedere se stessa, proprio lei, sotto l’androne, vicino alla portineria, con il naso per aria, che esaminava il grande caseggiato per la prima volta; e, a quel balzo all’indietro di tredici anni, ebbe una stretta al cuore. Il cortile era sempre lo stesso, con le facciate nude appena un po’ più nere e fatiscenti; lo stesso fetore risaliva dai cassoni scoperchiati di ghisa degli acquai rosi dalla ruggine; ai fili, davanti alle finestre, erano appesi ad asciugare la biancheria e i pannolini sporchi; in basso, la strada sconnessa era zozza come al solito, coperta dai bruscoli di carbone del fabbro e dai trucioli del falegname; anche nell’angolo umido della fontana, lo scolo della tintoria tingeva la pozzanghera di un bell’azzurro, un azzurro delicato come quello di un tempo. Ma lei, adesso, sì che era cambiata. Era invecchiata. Prima di tutto, non era più da basso, con la faccia rivolta verso il cielo, contenta e coraggiosa, a desiderare una bella casa. Se ne stava nel sottotetto, nell’angolo dei pidocchiosi, nel buco più lercio, dove non si vedeva un raggio di sole neanche a pagarlo oro. Per questo piangeva, perché la sorte di certo non era stata benevola con lei.
Non potendo leggere in francese, devo fare tanto di cappello a Luca Salvatore. La traduzione dell’edizione Feltrinelli è viva e le note rendono giustizia al lavoro di ricerca che Zola stesso ha svolto per ricostruire la Parigi di vent’anni prima.

Tutt’altro tipo di sopravvivenza è quello de La collina dei conigli di Richard Adams. I conigli non avrebbero nessuna ragione di scappare se non fosse per Fiver, veggente che prevede un pericolo in arrivo. Hazel gli crede e si ritrova suo malgrado a guidare il gruppo alla ricerca di una nuova tana, la Watership Down del titolo originale.
Se per I miei stupidi intenti mi lamentavo degli animali antropomorfi senza un criterio preciso, con l’epopea di Adams ho avuto quello che cercavo, perlomeno in larga parte: i suoi conigli sono conigli; si muovono in cunicoli bui; brucano l’erba all’alba e al crepuscolo; in più, con un tocco quasi fantasy, hanno un linguaggio proprio (per esempio, siflay è il verbo per brucare) e si intrattengono raccontando leggende di conigli coraggiosi.
Adams è comunque figlio del suo tempo e il suo passato nell’esercito traspare nel romanzo nel momento in cui i nostri impavidi protagonisti si imbattono in tane con gerarchie militari. E le coniglie? Relegate sullo sfondo, perlopiù come motore della narrazione: a metà romanzo, una volta trovata una tana sicura, sorge il problema di non avere nessuno con cui accoppiarsi. E la parola sopravvivenza assume un altro significato.
Ritrovi accoglienti per ragazzini emarginati
Ti è mai capitato di leggere un libro e immaginarlo come un cartone animato? A me due volte: prima con La casa sul mare celeste di T.J. Klune, poi con Il castello invisibile di Mizuki Tsujimura (da cui in effetti è stato tratto un anime). È l’effetto della narrativa cozy, genere da cui di solito mi tengo alla larga?
Linus, dipendente ministeriale, viene incaricato di valutare le condizioni di un orfanotrofio. L’orfanotrofio in questione è l’unico edificio su un’isola, e gli orfani non sono bambini qualsiasi, ma creature magiche. Gli abitanti della cittadina sulla terraferma non li vedono di buon occhio e anche Linus all’inizio non si fida né del responsabile dell’orfanotrofio, Arthur, né degli orfani: che sia una bambina-gnomo appassionata di giardinaggio che minaccia di seppellirlo o un bambino che se agitato si trasforma in un cane, Linus ci mette un po’ a sciogliersi e a capire da che verso prenderli.
I protagonisti de La casa sul mare celeste non sono i bambini, ma Linus e Arthur. Linus è grassottello, coi capelli radi e ligio al dovere, mentre Arthur è mingherlino, ha un oscuro passato e adora indossare calzini stravaganti. Più che dei quarantenni sembrano degli adolescenti alle prime armi, con Linus che si scalda a ogni sguardo o commento gentile di Arthur. Si innamorano poco a poco, uniti dall’interesse per il benessere dei bambini. Gli stessi bambini hanno a loro volta a cuore il destino della coppia, e quando non sono impegnati a fare uscite adorabili o battute macabre li punzecchiano parlando a nome di chi legge (“I don’t know why you don’t just kiss him and get it over with. Adults are so dumb.”).
In questo universo l’omofobia non esiste, traslata invece nella paura del diverso, dove il diverso sono le creature magiche. Klune non si azzarda a risolvere la bigotteria a livello strutturale, concentrandosi sull’ostilità dei paesani, sistemata a furia di deus ex machina, e sul percorso di Linus, che impara a seguire il suo cuore anziché le regole. Senza arrivare a chiedersi perché i bambini siano orfani (solleverebbe il velo sulle pratiche reali alla base del libro), l’idillio dell’isola resta intatto, coronato alla fine dai baci e dagli abbracci casti degli adulti-tutori.
La casa sul mare celeste è l’equivalente di un’abbuffata di cinnamon roll in pieno autunno: a te decidere quanto sia stucchevole e quando è il caso di fermarti.

Un giorno lo specchio in camera di Kokoro si illumina, lei lo attraversa e si ritrova in un castello, descritto in poche parole come uno di quelli della Disney. Una ragazzina con una maschera da lupo detta le regole del gioco: Kokoro e gli altri coetanei selezionati, tutti in età da scuola media, hanno un anno a disposizione per trovare la chiave dei desideri. Un desiderio ciascuno? No: solo uno dei sette potrà esaudire il proprio.
Dalle premesse de Il castello invisibile ci si aspetterebbe una competizione, invece non è così. I ragazzini si incontrano nel castello per passare del tempo insieme, tra tè e videogiochi. Ad accomunarli è che nessuno di loro va a scuola (futoko, un fenomeno diffuso in Giappone); nel caso di Kokoro, l’essere stata bullizzata l’ha traumatizzata a tal punto che si rifiuta di uscire di casa.
Tsujimura ha in serbo qualche bel colpo di scena, ma le interessano più che altro le dinamiche tra personaggi così giovani in uno spazio non gestito dagli adulti come la scuola. Le descrizioni scarne, la monotonia degli incontri e il disinteresse per i segreti del castello a me hanno riportato ai fasti del web a metà anni Duemila, quando i forum erano punti di ritrovo e non c’erano algoritmi a cercare in tutti i modi di catturare la tua attenzione.
Tsujimura riesce di fatto ad appassionare ed emozionare parlando di disagi reali in chiave fantastica.
Manhattan, in due decenni
In Un altro mondo Baldwin racconta la Manhattan di fine anni Cinquanta, muovendosi tra Greenwich Village e Harlem. Con La lingua perduta delle gru, invece, Leavitt ci porta a metà anni Ottanta, tra Second Avenue, East Village e West Side.
I personaggi di questi romanzi vivono in quartieri ed epoche diverse, ma non posso fare a meno di chiedermi come sarebbe stato un loro incontro, se si fossero incrociati con la stessa casualità con cui io ho letto i due libri a distanza di qualche mese l’uno dall’altro.
Rose e Owen, i genitori di Philip ne La lingua perduta delle gru, saranno stati più o meno coetanei perlomeno del gruppo al centro di Un altro mondo. Mentre Owen reprime la sua sessualità, i protagonisti di Baldwin esplorano la propria senza etichette. Semmai sono le relazioni tra persone bianche e nere a essere problematizzate: Vivaldo, uno scrittore in erba bianco, vive peggio la sua relazione con Ida, un’aspirante cantante nera, che l’interesse per altri uomini.
Perhaps she loved him, perhaps she did: but if she did, how was it, then, that they remained so locked away from one another? Perhaps it was he who did not know how to give, did not know how to love. Love was a country he knew nothing about. And he thought, very unwillingly, that perhaps he did not love her. Perhaps it was only because she was not white that he dared to bring her the offering of himself. Perhaps he had felt, somewhere, at the very bottom of himself, that she would not dare despise him.
Negli stessi anni in cui Vivaldo cova rancore nei confronti di Richard per il suo successo con un romanzo commerciale, Derek Moulthorp pubblica una serie di libri per bambini. Derek, insieme al compagno, è proprio a fine anni Cinquanta che si ritrova ad adottare Elliott, quello che poi diventerà il ragazzo di Philip.

Per il resto, sono libri ben diversi. Baldwin racconta una storia tesa, intrisa di rabbia e amore, violenza e tenerezza, sullo sfondo di una torrida New York. Lo sfondo di Leavitt invece è l’epidemia di AIDS, ma la disperazione per la famiglia Benjamin è tutta sul piano sentimentale: il coming out di Philip ha una magnitudo tale da incrinare il rapporto con la madre e mandare il padre in crisi.
If I were to wake up thirty years from now and look back and see I’d wasted my life—well, it would be awful. Because it’s important, Mother. My sexuality, my attraction to men, is the most crucial, most elemental force in my life, and to deny it, to pretend it wasn’t there because I was afraid of what people would think—that would be a tragedy.
Segnalazioni
A ottobre 2025 è uscito L’imperatore goblin, tradotto da Stefano Giorgianni per Ne/oN Libri. Ne avevo parlato in toni entusiasti diversi anni fa.
A dicembre un mio racconto, Acquisizione, è stato pubblicato nell’antologia Laboratorio Atlantide, ebook che raccoglie undici racconti di autrici e autori italiani emergenti. Se lo leggi, sono curioso di sapere cosa ne pensi.

Se vuoi seguire le mie letture più da vicino, come sempre mi trovi su Goodreads.























